Winnicott sosteneva sulla gentilezza : "la capacità di un individuo di entrare in forma immaginativa e in maniera accurata, nei pensieri, nei sentimenti, nelle speranze e nelle paure di un’altra persona; e anche di concedere a un’altra persona di fare la stessa cosa con lui".......Winnicott mi trova assolutamente d'accordo e proprio questa mattina confrontandomi con un'amica si faceva riferimento alla capacità empatica di ognuno di noi come provocatrice di gentilezza, una gentilezza intesa in senso laico, una gentilezza tesa a dare valore profondo all'appartenenza reciproca.
Tutti (o quasi tutti) siamo capaci di atti di gentilezza occasionali. Ci donano una sottile ed intensa gratificazione, come un piacere proibito. Tuttavia ne siamo al contempo estremamente disturbati. Non riusciamo ad essere mai così generosi come vorremmo, ma niente ci ferisce più di una gentilezza non ricevuta.
Pur tuttaviala gentilezza, nella maggior parte dei casi, è un’opzione temporanea, delegata ad esprimersi pienamente in figure femminili (prima di tutto le madri), o in personaggi in odore di santità. Perché, nonostante sia contagiosa, come il riso o il pianto, si scontra con tali resistenze interiori che ne smorzano il flusso spontaneo, fino a riuscire talvolta ad annullarlo? Perché genera perfino sospetto, diffidenza? Come e quando abbiamo perso la fiducia nell’altro, al punto di credere che la generosità ci impedirà di avere successo nella vita o che vi siano piaceri più grandi della generosità, e perché la maggior parte di noi pensa che in definitiva siamo tutti pazzi, cattivi e pericolosi, in competizione per qualsiasi cosa valga la pena di possedere?
Gli interrogativi si intrecciano: la gentilezza rappresenta una forma di egoismo mascherato o una fragile barriera protettiva contro l’aggressività altrui (sarò gentile con te così tu non potrai farmi del male), o una virtù dei deboli? Le forme quasi automatiche in cui rispondiamo alle emozioni dell’altro, in particolare alla sofferenza, come la mimesi (osserviamo l’espressione di un altro e la imitiamo) fanno pensare a un dono naturale dell'essere umano a protrarsi verso l'altro, il che ha la sua valenza scientifica, visto che l'uomo è un animale sociale, cosa che già sosteneva Rousseau "La generosità è un aprirsi agli altri, che, ci espande, e così gratifica la nostra natura profondamente sociale”. Ma a mio avviso non è solo una questione di capacità naturale o di opportunismo egoistico mirato alla selezione naturale o come nuovo indicatore di forza, trovo che la genitilezza sia un fragile ponte che collega due entità separate, il sé e l’altro, che diventano noi, ma mantenendo la propria individualità, con coscienza di sè e coscienza dell'altro, poichè solo chi sa essere gentile conosce "i confini" dell'altro, uno spazio unico e inviolabile
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